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martedì 7 giugno 2011
Pontiak - Comecrudos (2011) EP Review
I tre fratelli statunitensi, arrivano a questo nuovo EP dal titolo enigmatico di "Comecrudos" dopo il full lenght "Living" uscito a metà del 2010. Un EP molto particolare, 25 minuti divisi in 4 tracce o meglio "parti", dove il loro sound si modifica in maniera esponenziale lasciando abbastanza spiazzati chi li conosceva da prima. Non nego che questo EP mi ha decisamente colpito, e ho avuto bisogno di qualche ascolto prima dicapirlo veramente.
Se questa è la direzione presa dalla band siamo molto curiosi di scoprire cosa ci riserverà il futuro, intanto sicuramente con questo nuovo EP in uscita il 21 Giugno per Thrill Jockey (uscita esclusivamente in vinile 12") si può tranquillamente dire che siamo davanti ad una nuova "veste" per il trio di fratelli made in Virginia.
Il disco è in pre-order sul sito della label, e sono previste appena 1.000 copie in vinile 180gr, 500 in vinile nero e 500 in bianco a circa 12€ (13$)
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Artist: Pontiak
Album: Comecrudos (EP)
Release: 21/06/2011
Label: Thrill Jockey
Tracklist:
01. Part I
02. Part II
03. Part III
04. Part IV
Etichette:
2011,
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EP,
folk,
musica,
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Pontiak,
pre-order,
psichedelia,
recensioni,
Stoner
domenica 27 febbraio 2011
Burzum - Fallen (2011) Review
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Etichette:
2011,
audiodrome,
black metal,
Burzum,
dischi,
musica,
recensioni
domenica 20 febbraio 2011
Deaf Center - Owl Splinters Review & Discography (2011)

Norvegia, pianoforte, elettronica e paesaggi oscuri, malinconici, drammaticamente morbidi che scivolano attraverso note sussurrate come soffi di vento freddo ma incomprensibilmente accogliente.
Questo è quello che Deaf Center riescono a creare nel loro ultimo album "Owl Splinters" da poco uscito. Incredibile è il modo in cui questi due ragazzi norvegesi riescano a creare un sogno buio e spaventoso ma contemporaneamente morbido ed elegante. Sembrano non sbagliare niente nelle loro composizioni, è veramente un lavoro arduo provare a trovare un qualcosa di fuori posto è tutto così perfettamente armonico da restare quasi esterrefatti.
Soundscape freddi sicuramente, non tradiscono la loro provenienza, ma al contrario di molti artisti nordici loro non sono "difficili", non si ha la sensazione di ascoltare un qualcosa di lontano e di poco coinvolgente e la cosa grandiosa è che questa sensazione di familiarità e dolcezza non è presente solo nel loro ultimo lavoro ma anche nei passati, e questo da a mio avviso un immagine di serenità e pulizia che pochi musicisti riescono a dare se non dopo carriere intere.
Come non rimanere affascinati da questi dischi, da questo gruppo, dal loro messaggio catartico e infinitamente perfetto. Hanno la capacità di mettere in pace l'anima dopo pochi minuti di ascolto e non importa che fuori la vita scorra frenetica ed irreversibile, loro sanno fermare sanno "ghiacciare" l'attimo in cui la musica esce dallo stereo ed entra nell'ascoltatore.
Non uso la parola "perfezione" sol per paura di un risveglio precipitoso, ma i loro dischi sono un qualcosa di magico e affascinante.
Due Album, un paio di EP, una discografia d'avere e stringere gelosamente a se, difficile forse apprezzarli in un periodo estivo caldo e afoso come quello italiano, ma in giornate come quelle di questo periodo diventano una colonna sonora lisergica e accomodante, un abbraccio gelido ma che miracolosamente sa scaldare.
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Artist: Deaf Center
Album: Pale Ravine
Release : 7/11/2005
Tracklist:
01. Lobby
02. Thread
03. White Lake
04. Path To Lucy
05. Stone Beacon
06. Weir
07. Loft
08. Thunder Night
09. Lamp Mien
10. The Clearing
11. Fog Animal
12. Eloy
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Artist: Deaf Center
Album : Owl Splinters
Release: 14/02/2011
Tracklist:
01. Divided
02. Time Spent
03. New Beginning ( Tidal Darkness )
04. The Day I Would Never Had
05. Animal Sacrifice
06. Fiction Dawn
07. Close Forever Watching
08. Hunted Twice
Etichette:
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musica,
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Nord Europa,
recensioni,
Soundscape
lunedì 14 febbraio 2011
Mogwai - Hardcore will never die, but you will (2011) Review, Order & Listen
Questo è il settimo album studio per la band di Glasgow, e gli anni che passano si sentono...
Per carità i Mogwai son sempre i Mogwai, se quello che ci regalano con questo nuovo disco portasse il nome di un qualsiasi altro gruppo sarebbe sicuramente da considerare un discone, ma da loro ci si aspetta qualcosa di diverso.
Dopo sette dischi hai bisogno dell'innovazione, delle emozioni, della struggente forza espressiva cui gli scozzesi ci hanno in qualche modo abituato.
Purtroppo questo disco l'innovazione non ce l'ha, o almeno è troppo poca e ben nascosta per risultare elemento caratterizzante. Stesso discorso per il lato emotivo, è difficile farsi trascinare da questo disco nuovo abbiamo nella loro discografia capitoli molto più trascinanti e quindi è inevitabile rimanere un po' disorientati.
Spesso le aspettative rendono l'uscita difficile da digerire, forse il nome del gruppo crea aspettative troppo alte.
Questo lavoro nuovo ha pochi momenti di vera gloria, il resto è la solita struttura post-rock che sinceramente dopo sei album speravi di vederla almeno mutata.
Ribadiamo però il concetto fondamentale, non siamo davanti ad un brutto album, anzi, è un disco ottimamente suonato e registrato con una cura quasi maniacale, e questo è sicuramente merito dell'esperienza acquisita dai Mogwai, che nonostante ricalchino alcune strutture trite e ri-trite comunque lo sanno fare molto meglio di altri. Lavoro opaco, ci si aspettava di più anche se resta il fatto che questi signori meritano il nostro rispetto e la nostra stima se non altro per quello che sono riusciti a rappresentare in questi anni, in un mondo dove il rischio di collassare su se stessi è pressochè elevatissimo!
Il disco è disponibile da oggi in vari formati, un doppio CD, dove oltre al disco vi è un secondo cd con un'unica traccia tratta dall'installazione dell'artista Douglas Gordon "Monument for Forgotten Future", disponibile sul sito della band, mentre la versione in vinile viene distribuita dalla Sub Pop, storica etichetta americana.

Album: Hardcore will never die, but you will
Artist: Mogwai
Release: 14/02/2011
Label: Rock Action/Sub Pop
Tracklist:
01. White Noise
02. Mexican Grand Pirx
03. Rano Pano
04. Death Rays
05. San Pedro
06. Letters to the Metro
07. George Square Thatcher Death Party
08. How To Be a Werewolf
09. Too Raging To Cheers
10. You're Lionel Richie
mercoledì 2 febbraio 2011
Earth - Review Angels of Darkness, Demons of Light I (2011)
Con questo post penso si chiuda quello che ho da dire su questo album che è fra i protagonisti assoluti del mese di Gennaio.
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Siediti nella penombra di una stanza di notte, accenditi una sigaretta e schiaccia play.
Se hai inserito nello stereo “Angels of Darkness, Demons of Light I”degli Earth ti stai per fare il più bel viaggio extrasensoriale della tua vita.
Questo è in breve il resoconto di cosa può essere l’ultimo capolavoro della band di Dylan Carlson, uno che era partito dall’eroina degli anni 90 e che arriva in questo 2011 a raccontarci con linee melodiche morbide, sussurrate ed estasianti cosa si può fare con una chitarra e ben poco altro.
Batteria, basso, chitarra e violoncello, chi l’avrebbe mai detto che il confuso caos magmatico di “Earth2 : Special Low Frequency Version”si sarebbe evoluto in questo paesaggio notturno, dolce e malinconico come non mai.
Gli Earth arrivano in questo freddo inverno del 2011 con una perla a dir poco meravigliosa.
La dilatazione totale e angusta del passato, viene ora riorganizzata in un cammino oramai iniziato nel 2005 con “Hex Or Printing In The Infernal Method” e proseguito fino al 2008 dove “The Bees Made Honey in the Lion’s Skul” dievenne la rappresentazione dello sboccio finale della musica degli Earth.
Invece quello che non ti aspetti è che a distanza di tre anni i padri del Drone escano dal loro mondo con una nuova sbocciatura, forse anche più completa e matura di quella passata.
“Angels of Darkness, Demons of Light I” è oltretutto solamente l’inizio, come si evince dal titolo esiste una seconda parte già pronta e registrata che prima o poi vedrà la luce e solo allora forse la maturazione di questo gruppo sarà portata a termine.
Difficile dirlo, già dopo “The Bees...” nessuno avrebbe pensato che gli Earth sarebbero stati capaci di superarsi, ma ormai non poniamo limiti a quello che Carlson & soci possono e sanno fare.
“Old Black” apre questa “piece” riagganciandosi li dove, la titletrack dell’album precedente chiudeva quel capolavoro di cui abbiamo già accennato. Chitarre eteree, evaporazione di suono dove una batteria e un basso ritmicissimi creano quelle cadenze atte a rallentare la vita intorno durante l’ascolto, con l’aggiunta di un violoncello magico e sognante, triste per definizione, che sa dare al suono degli Earth quella profondità che a volte solo l’uso di sostanze proibite riesce a creare.
Con questo album nuovo, gli Earth stessi diventano una sostanza proibita, meravigliosi, sognanti, creano psichedelia nera in un modo che nessuno riesce a fare oggigiorno.
“Father Midnight” è la colonna sonora di un film muto dove il lento cadenzare della batteria ci fa camminare con il protagonista lungo queste strade deserte e notturne alla ricerca di un qualcosa, forse se stessi che però in realtà non troveremo mai.
Hanno questa capacità gli Earth, non lanciano messaggi definiti, loro creano l’idea poi sta a te farti strada fra i fumi e le nebbie che le note spandono lungo il loro cammino.
Pregevolissimo esempio di questo cammino è “Descent to the Zenith” che con il suo incedere ci accompagna dove vogliamo essere accompagnati e via scivolare lungo sentieri misteriosi.
Approdando alla titletrack, ormai consuetudine per loro quella di chiudere i loro dischi con la titletrack, dove per 20 minuti veniamo risucchiati in vortici spazio temporali memorabili e solo alla fine ci accorgiamo che ormai la sigaretta è finita e che il disco con lei. Apri gli occhi e ti ritrovi li dove eri partito nella tua poltrona nella penombra.
Che fare ora? accenditi un’altra sigaretta e schiaccia nuovamente play, ci saranno altri nuovi mondi dove il nuovo album degli Earth ti potrà portare.
Signori questo è un capolavoro.
Se hai inserito nello stereo “Angels of Darkness, Demons of Light I”degli Earth ti stai per fare il più bel viaggio extrasensoriale della tua vita.
Questo è in breve il resoconto di cosa può essere l’ultimo capolavoro della band di Dylan Carlson, uno che era partito dall’eroina degli anni 90 e che arriva in questo 2011 a raccontarci con linee melodiche morbide, sussurrate ed estasianti cosa si può fare con una chitarra e ben poco altro.
Batteria, basso, chitarra e violoncello, chi l’avrebbe mai detto che il confuso caos magmatico di “Earth2 : Special Low Frequency Version”si sarebbe evoluto in questo paesaggio notturno, dolce e malinconico come non mai.
Gli Earth arrivano in questo freddo inverno del 2011 con una perla a dir poco meravigliosa.
La dilatazione totale e angusta del passato, viene ora riorganizzata in un cammino oramai iniziato nel 2005 con “Hex Or Printing In The Infernal Method” e proseguito fino al 2008 dove “The Bees Made Honey in the Lion’s Skul” dievenne la rappresentazione dello sboccio finale della musica degli Earth.
Invece quello che non ti aspetti è che a distanza di tre anni i padri del Drone escano dal loro mondo con una nuova sbocciatura, forse anche più completa e matura di quella passata.
“Angels of Darkness, Demons of Light I” è oltretutto solamente l’inizio, come si evince dal titolo esiste una seconda parte già pronta e registrata che prima o poi vedrà la luce e solo allora forse la maturazione di questo gruppo sarà portata a termine.
Difficile dirlo, già dopo “The Bees...” nessuno avrebbe pensato che gli Earth sarebbero stati capaci di superarsi, ma ormai non poniamo limiti a quello che Carlson & soci possono e sanno fare.
“Old Black” apre questa “piece” riagganciandosi li dove, la titletrack dell’album precedente chiudeva quel capolavoro di cui abbiamo già accennato. Chitarre eteree, evaporazione di suono dove una batteria e un basso ritmicissimi creano quelle cadenze atte a rallentare la vita intorno durante l’ascolto, con l’aggiunta di un violoncello magico e sognante, triste per definizione, che sa dare al suono degli Earth quella profondità che a volte solo l’uso di sostanze proibite riesce a creare.
Con questo album nuovo, gli Earth stessi diventano una sostanza proibita, meravigliosi, sognanti, creano psichedelia nera in un modo che nessuno riesce a fare oggigiorno.
“Father Midnight” è la colonna sonora di un film muto dove il lento cadenzare della batteria ci fa camminare con il protagonista lungo queste strade deserte e notturne alla ricerca di un qualcosa, forse se stessi che però in realtà non troveremo mai.
Hanno questa capacità gli Earth, non lanciano messaggi definiti, loro creano l’idea poi sta a te farti strada fra i fumi e le nebbie che le note spandono lungo il loro cammino.
Pregevolissimo esempio di questo cammino è “Descent to the Zenith” che con il suo incedere ci accompagna dove vogliamo essere accompagnati e via scivolare lungo sentieri misteriosi.
Approdando alla titletrack, ormai consuetudine per loro quella di chiudere i loro dischi con la titletrack, dove per 20 minuti veniamo risucchiati in vortici spazio temporali memorabili e solo alla fine ci accorgiamo che ormai la sigaretta è finita e che il disco con lei. Apri gli occhi e ti ritrovi li dove eri partito nella tua poltrona nella penombra.
Che fare ora? accenditi un’altra sigaretta e schiaccia nuovamente play, ci saranno altri nuovi mondi dove il nuovo album degli Earth ti potrà portare.
Signori questo è un capolavoro.
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Tracklist:
01. Old Black
02. Father Midnight
03. Descend to the Zenith
04. Hell's Winter
05. Angels of Darkness, Demons of Light
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domenica 30 gennaio 2011
The Mount Fuji Doomjazz Corporation - Antropomorphic 2011

Proprio così, non tutti hanno un alter-ego ma i The Kilimangiaro Darkjazz Ensamble hanno un loro doppio oscuro che si dilata in ambienti drone-doom free jazz, creando atmosfere surreali, tetre, oscure, tristi fuori maniera che scivolano nell'oblio di un sax o di una tromba sotto le quali divampa un oscuro soundscape dalle poche speranze.
Niente luci, tutto buio e oscuro nel loro mondo, synth prepotenti che cercano di lanciare messaggi extraterrestri che divampano in ondate droneggianti con divagazioni ambient provenienti da altre dimensioni, altri luoghi, mondi oscuri e lontani dove niente e nessuno è paragonabile alla "banale" umanità terrestre.
Benvenuti nell'oblio, questo è il messaggio catartico che si cela dietro al nuovo lavoro, "Antropomorphic", targato The Mount Fuji Doomjazz Corporation in questo inizio di 2011.
Il giallo acceso e vivo dell'artwork è in totale contrapposizione all'oscurità dei paesaggi suonati da questi Jazzisti doom che ci fanno sorvolare dall'alto paesaggi post-atomici.
Un disco espressivo al 100%, non si può restare indifferenti a questi lamenti analogici, non si riesce ad essere positivi dopo l'ascolto, un maremoto infinito dove la devastazione ormai ha preso piede, lasciando solo macerie dopo il suo passaggio.
Disco mirabile, goloso e oscuro, per tutti quegli appassionati di oscurità morbide e cadaveriche, come un fantasma che ti accarezza prima di dormire.
Siamo dinnanzi ad uno dei dischi che segnerà questo 2011, e la cosa spaventevole è che siamo ancora a Gennaio di quest'anno che per le uscite che già ci ha regalato o ci sta regalando ci fa capire che il "mortorio" del 2010 è oramai acqua passata.
Band: The Mount Fuji Doomjazz Corporation
Title: Antropomorphic
Release : 27/01/2011
Label: Denovali
Website: http://www.myspace.com/tkde
Tracklist:
01. Space
02. Dimension
03. Form
04. Function
martedì 25 gennaio 2011
Hungry Like Rakovitz / O - Split 2011
Hungry Like Rakovitz / O - Split 2011

Lo split che vede gli Hungry Like Rakovitz dividere con gli O un bellissimo 7” dorato è in questo inizio di 2011 una vera e propria fucilata in faccia.
Andiamo con ordine, gli O ci propongono 2 tracce a dir poco tirate e violente, grind strisciante con un cantato in italiano che rende decisamente più agevole la comprensione del messaggio.
Violenza e stile si mischiano benissimo in questa band che esordisce con questo split lasciando intravedere potenzialità ben notevoli.
I testi, sui quali voglio soffermarmi un attimo proprio perchè in italiano, ci raccontano di solitudine, rabbia e disperazione, ma con un che di ragionato che li rende decisamente parte integrante del messaggio, che spesso, anzi troppo spesso, causa l’uso di una lingua straniera viene poco colto, quindi applausi agli O per questa scelta.
Veniamo ora al secondo lato, quello degli Hungry Like Rakovitz, bergamaschi con il grind al posto del sangue. LA violenza in Italia per me porta il loro nome tatuato sulla schiena. Cinque tracce fra cui due cover, “Mombious Hibachi” dei The Melvins e “Stammen Fra Taarnet”di Burzum, entrambe eseguite in maniera personalissima e decisamente riuscite.
Gli altri tre pezzi come indicato poco fa sono LA violenza fatta musica, spietati, non lasciano respirare e ti stringono le mani al collo facendoti morire in un mare di cazzi tuoi.
Non c’è una benchè minima speranza di sopravvivenza nel mondo narrato dagli Hungry Like Rakovitz.
Accoppiare queste due band è stata una scelta azzeccatissima, riescono ad amalgamarsi benissimo dando al 7” un sapore malvagio e mefitico che poche volte il “made in italy” riesce a dare senza risultare sdegnoso e fin troppo derivativo (n.d.r. questo termine fa cagare!).
Menzione a parte è per l’artwork, un vero e proprio gioiello.
Chi, come me, ha avuto o avrà l’occasione di accaparrarsi una delle 100 copie numerate a mano (da satana) dell’edizione speciale si troverà un vero e proprio gioiello fra le mani con tanto di 7” dorato e racchiuso in un packaging veramente curato, dove uno splendido cervo campeggia in copertina il tutto a firma di “Clementine” a cui vanno i miei personali complimenti.
Piccolissima nota sempre sull’artwork il laccio che chiude il packaging rende il tutto ancora più misterioso e affascinante, ottima scelta.
Brave anche tutte le etichette che hanno supportato quest’uscita. DIY italiano, quando lo facciamo sul serio, lo sappiamo fare bene.
Andiamo con ordine, gli O ci propongono 2 tracce a dir poco tirate e violente, grind strisciante con un cantato in italiano che rende decisamente più agevole la comprensione del messaggio.
Violenza e stile si mischiano benissimo in questa band che esordisce con questo split lasciando intravedere potenzialità ben notevoli.
I testi, sui quali voglio soffermarmi un attimo proprio perchè in italiano, ci raccontano di solitudine, rabbia e disperazione, ma con un che di ragionato che li rende decisamente parte integrante del messaggio, che spesso, anzi troppo spesso, causa l’uso di una lingua straniera viene poco colto, quindi applausi agli O per questa scelta.
Veniamo ora al secondo lato, quello degli Hungry Like Rakovitz, bergamaschi con il grind al posto del sangue. LA violenza in Italia per me porta il loro nome tatuato sulla schiena. Cinque tracce fra cui due cover, “Mombious Hibachi” dei The Melvins e “Stammen Fra Taarnet”di Burzum, entrambe eseguite in maniera personalissima e decisamente riuscite.
Gli altri tre pezzi come indicato poco fa sono LA violenza fatta musica, spietati, non lasciano respirare e ti stringono le mani al collo facendoti morire in un mare di cazzi tuoi.
Non c’è una benchè minima speranza di sopravvivenza nel mondo narrato dagli Hungry Like Rakovitz.
Accoppiare queste due band è stata una scelta azzeccatissima, riescono ad amalgamarsi benissimo dando al 7” un sapore malvagio e mefitico che poche volte il “made in italy” riesce a dare senza risultare sdegnoso e fin troppo derivativo (n.d.r. questo termine fa cagare!).
Menzione a parte è per l’artwork, un vero e proprio gioiello.
Chi, come me, ha avuto o avrà l’occasione di accaparrarsi una delle 100 copie numerate a mano (da satana) dell’edizione speciale si troverà un vero e proprio gioiello fra le mani con tanto di 7” dorato e racchiuso in un packaging veramente curato, dove uno splendido cervo campeggia in copertina il tutto a firma di “Clementine” a cui vanno i miei personali complimenti.
Piccolissima nota sempre sull’artwork il laccio che chiude il packaging rende il tutto ancora più misterioso e affascinante, ottima scelta.
Brave anche tutte le etichette che hanno supportato quest’uscita. DIY italiano, quando lo facciamo sul serio, lo sappiamo fare bene.
Tracklist:
HLR side
A1. Stop Walking, You're Dead
A2. There Hands Aren't Made for Pray
A3. Mombious Hibachi (The Melvins)
A4. Nice to Kill You
A5. Stammen Fra Taarnet (Burzum)
O side
B1. Inestinto
B2. Come il Buio
A1. Stop Walking, You're Dead
A2. There Hands Aren't Made for Pray
A3. Mombious Hibachi (The Melvins)
A4. Nice to Kill You
A5. Stammen Fra Taarnet (Burzum)
O side
B1. Inestinto
B2. Come il Buio
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martedì 11 gennaio 2011
Ghost Empire
Buona lettura e sopratutto buon ascolto!

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domenica 9 gennaio 2011
Classifica dei 20 dischi migliori del 2010...
... ovviamente secondo me!
01. Gnaw Their Tongues - L’arrivée de la terne morte trionphante
02. Deathspell Omega - Paracletus
03. Celeste - Morte(s) Nee(s)
04. Nadja - Autopergamene
05. Marnero - Naufragio Universale
06. Cough - Ritual Abuse
07. Pan Sonic - Gravitoni
08. Thou - Summit
09. US Christmas - Run Thick in the Night
10. Year of No Light - Ausserwelt
11. Tristeza - Paisajes
12. Rorcal - Heliogabalus
13. Ättestupa - Begraven Mot Norr
14. Boduf Songs - This Alone Above All Else And Everything
15. Burzum - Belus
16. Balmorhea - Constellations
17. Electric Wizard - Black Masses
18. Envy - Recitation
19. Knut - Wonder
20. Barn Owl - Ancestral Star
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Che dire è stato un anno decisamente complicato per la musica, almeno per quanto riguarda la musica e me! Molta è stata la fatica nel trovare sti 20 nomi e non perchè fosse difficile trovare 20 dischi che ho ascoltato, ma perchè è stato complicato scegliere 20 in un marasma complicato e che tutto sommato non mi ha dato qualcosa di nuovo.
In poche parole tanto rumore per (quasi) nulla... non c'è stato il disco che mi ha folgorato, non c'è stato il disco che mi ha lasciato a bocca aperta facendomi sussultare!
Annata media, nulla spicca però purtroppo c'è da dire che ci son stati veramente alcuni dischi da cui mi aspettavo molto e che invece mi hanno fatto cacare in maniera vigliacca!
Giusto per darvi un assaggino di cosa mi ha deluso eccovi anche la classifica negativa...
Delusione dell'anno:
01. Kylesa - Spiral Shadow
02. Ufomammut - Eve
03. Rosetta - A determnism of morality
giusto i primi tre posti ma potrebbero tranquillamente almeno essere una decina, purtroppo non capisco come si possa scivolare in modo così plateale (sopratutto nel caso dei Kylesa che venivano da un disco fenomenale!) quasi non ci si rendesse conto di quanto è brutto fare musica brutta!
Ora mi consolo ascoltandomi qualche disco targato già 2011... signori temo che il disco dell'anno prossimo sia già nel mio stereo... EARTH!.
P.S.
Sulla vostra destra aggiunte tre recensioni fatte quest'anno, Ufomammut, To Kill e Marnero... altre in arrivo!
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domenica 1 marzo 2009
Bohren und Der Club of Gore
Questo disco è un qualcosa di fenomenale, bisogna che io ne parli un pochino qui dentro perchè mi sta dando emozioni fuori da ogni grazia del signore...
Suite strumentali, ambient, pianoforte, sax, batteria morbida che scandisce lentamente ogni accento... un qualcosa di micidiale. Sono tedesci, e credo che se la germania li avesse conosciuti negli anni 30 ci saremo risparmiati una seconda guerra mondiale, questo è il bello della musica per me... riuscire ad uscire dagli schemi e dalle ideologie degli uomini.
amore puro per un disco così, non se ne può fare a meno... non credo esista una persona sualla terra che non possa o voglia apprezzare questa musica... dovete farvi un favore e recuperarlo in qualunque modo possibile, eventualmente son disposto anche io a darvi una mano a recuperarlo ma fatelo perchè è veramente un qualcosa di magico, triste, desolato e desolante... sofferenza per amore, amore per la sofferenza non saprei nemmeno io... raramente sono rimasto così colpito da un disco.
Fatevi un favore, regalatevelo.
(disco consigliato per la serata ovviamente : Bohren und Der Club of Gore - Dolores 2008)
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